giovedì 23 marzo 2017

Essere parte della soluzione



Quando hai davanti un problema, o qualcosa che non hai previsto e che ti separa dal raggiungere ciò che vuoi o che devi, hai due possibilità: vedere tutte le difficoltà che questo comporta e focalizzare tutte le tue energie nel contemplare l'impossibilità della realizzazione. In automatico la mente comincerà a proporti mille e una spiegazioni razionali per giustificare l'impossibilità del raggiungere la meta. E quando sarai in grado di spiegare bene agli altri quante e quali erano le difficoltà, avrai raggiunto il tuo scopo: sei scusato.

La seconda possibilità è di guardare attentamente la situazione, rivedere l'obiettivo dove è collocato, e cominciare a usare tutte le risorse del cervello e dell'intuizione (intelligenza universale) per trovare un'altra strada e arrivarci. Automaticamente (anche qui) la mente comincerà ad arrabattarsi e a contorcersi per partorire una nuova soluzione, cercherà negli angoli più nascosti, nei ricordi ancestrali, negli angoli bui della memoria (dove per esempio avevamo vissuto situazioni difficili) e farà saltar fuori la soluzione. Basta esserne certi, ed avverrà. Lo scopo sarà raggiunto: ce l'hai fatta.

Questo si chiama "far parte della soluzione": se facciamo parte del problema, come nel primo caso, non saremo mai in grado di risolvere il problema, perchè la mente sta guardando dappertutto... ma all'indirizzo sbagliato. Abbiamo creato noi stessi le premesse (il posto sbagliato, cioè: cosa non va?) per il nostro insuccesso. "Far parte del problema" è uno degli atteggiamenti più facili, in voga non solo da oggi. Se fai parte del problema, e ci sono persone che invece risolvono, la mente cosa farà? Andrà di volata a cercare come scusare se stesso per non avercela fatta, e spesso questo passa per lo screditare l'altro, che ci sta riuscendo. Fare piccoli gli altri è indice di grande paura.

Nel mondo marziale ci sono quotidiani esempi di chi fa parte del problema. Essere parte della soluzione richiede tre ingredienti che tutti abbiamo dentro di noi, ma che costa fatica tirare fuori: la responsabilità, il coraggio e la determinazione. In questi ultimi trent'anni anni ho attratto verso di me e mi sono fatto attrarre quasi sempre da persone che avevano queste tre caratteristiche: persone spesso difficili, complesse, dai caratteri forti e decisi, che però avevano l'onestà di fondo di ricercare se stessi e la comprensione delle cose come erano, e non come sembrano essere. Gli esempi di sprecano, Ronnie Robinson  è quello che mi balza alla memoria ancora oggi, per la sua lungimiranza, il suo disinteresse per le cose pratiche e per la grandezza delle visioni che ha avuto. Occorre autentica generosità d'animo per andare con coraggio nella direzione delle proprie visioni.

Quindi coltiviamo responsabilità verso noi stessi prima di tutto, di non prenderci in giro con insegnamenti superficiali, che non aiutano nella crescita nostra e delle persone che imparano da noi. Coraggio di andare lungo la strada in salita, e non sempre in quelle in discesa, prendendo schiaffoni, sbagliando obiettivi, leccarsi le ferite e ricominciare ogni volta che serve. Determinazione per non mollare mai, visto che tanto prima o poi dovremo lasciare le armi, e quindi meglio fare tutto quello che possiamo e vogliamo quando ne abbiamo i mezzi. Ne vale la pena? E' una decisione personale. Io non riuscirei a insegnare diversamente, e ne accetto le conseguenze :-)

Essere parte della soluzione è una meravigliosa attitudine che aiuta noi e gli altri a vivere meglio. Un sorriso, disponibilità, saper accettare che la gente e le cose vanno e vengono, tutto cambia costantemente, quindi niente di meglio che inserire nel navigatore della nostra coscienza la nuova rotta, scegliere cosa ci fa battere il cuore e andare avanti nella nostra strada. Sicuramente cammin facendo incontreremo altri compagni di vita, e con loro faremo altre cose, e scopriremo che se ci fossimo fermati prima, avremmo perso molto. E, davvero, qui l'età anagrafica non c'entra, c'entra solo la "tigna", la resilienza, la determinazione, chiamatela come volete.

E come si fa ad avere "tigna"? Impariamo a fermarci e a vedere noi stessi dove siamo. Fermi immobili, senza giudizio, senza scappare. Non si chiama meditazione, qigong, o altro. Stiamo col presente. Così diventiamo parte della soluzione. E la nostra pratica diventerà una meraviglia, ogni giorno. 

domenica 5 marzo 2017

Matteo Gatti e il Taijiquan




Dal blog Fashiontimes, ripubblico

Taiji: l’arte che muove il corpo e scioglie i pensieri
Di Serena Maj - 8 gennaio 2017

Dialogo con Matteo Gatti, appassionato maestro di Taijiquan (o anche Tai chi chuan) a proposito di trasformazioni, movimenti, pensieri e vita.

Cosa succederà nei prossimi 12 mesi non lo sappiamo. Per certo fra 365 giorni saremo diversi da oggi, per certo alcuni cambiamenti li avremo cercati e voluti e altri li avremo un po’ subiti, chiedendoci se non ci fosse altra strada. C’è un modo per allenarsi alla trasformazione?

Quando ho visto per la prima volta fare Taiji in un parco della Chinatown di New York parecchi anni fa ho pensato che quel gruppo di persone che sembravano danzare al ritmo morbido al quale il sole si spostava davano l’impressione di mettere in scena, con i loro movimenti, il passare continuo di ogni cosa da uno stato all’altro, e che fossero capaci di guidare questo cambiamento pur lasciandolo semplicemente fluire. Era un’impressione superficiale ma bellissima, ci sono voluti anni ma alla fine una persona capace di dare un senso diverso a quella sensazione l’ho trovata, le ho fatto un po’ di domande e le risposte sono qui e sono il mio augurio per un 2017 pieno di novità da accogliere e portare nella nostra vita con gentilezza, mentre andiamo avanti a passo costante.

Come definiresti il taiji?
“Arte marziale, meditazione in movimento, metodo espressivo, educazione all’ascolto di sé, pratica autocurativa… Definire il taiji è un’impresa che mi è sempre sembrata impossibile: le sfaccettature della pratica e la molteplicità degli approcci degli insegnanti e dei praticanti sono innumerevoli. Se attingiamo dall’aspetto filosofico, il termine taiji è riferito al processo vitale della trasformazione: per questo è spesso associato ad una pratica di crescita evolutiva, che pone in relazione la natura umana con il contesto dell’esistenza. Inoltre, benché si tratti di un’arte relativamente giovane rispetto ad altre pratiche cinesi si tratta di una disciplina in continua evoluzione: basti pensare ai principali stili che si sono succeduti nella storia, dal chen, allo yang, al wu fino al piccolo wu, in un processo di approfondimento e distillazione non solo del gesto, ma anche della profonda teoria che ne sta alla base. Tenterei di rispondere “di sponda” alla domanda, raccontandoti del taiji che pratico io e che conosco di più, chiarendo prima di tutto la distinzione tra taiji “moderno” (o sportivo) e “tradizionale”. Questa distinzione non ha tanto a che vedere con la cronologia, quanto con la modalità di trasmissione: il taiji tradizionale è fondato sul “lignaggio”, ossia sull’insegnamento di principi fondamentali di generazione in generazione (pur nella relativa evoluzione delle tecniche); gli approcci più moderni spesso smarriscono questa radice concentrandosi maggiormente sull’aspetto esteriore, sulla forma, molte volte privata della “sostanza”. Con il tempo ho imparato inoltre che nel corretto apprendimento è essenziale la comprensione filosofica dei principi, con la difficoltà aggiuntiva che il taiji richiede un’assimilazione che non si fermi alla mente, ma che anzi parta da una comprensione con il corpo. Solo così si può creare un dinamico dialogo, una risonanza nello spazio tra corpo-gesto e mente; la pratica del taiji dovrebbe infatti svolgersi principalmente in prossimità di questa soglia, di questo campo energetico tra polarità”.

Ci sono quindi diverse modalità di praticare il taiji. Quale stile pratichi?
“Il mio maestro, Wang Zhi Xiang, pratica lo stile Yang e lo stile Wu, ma basa il suo insegnamento soprattutto sul “taiji dell’acqua” fondato da Wang Zhuang Hong attingendo alle fonti dei “Classici del taiji”. L’intelaiatura di questo stile è basata sullo stile Yang, ma incorpora un movimento più tridimensionale composto da spirali. Il cuore della pratica sta nello sfruttare in maniera consapevole “la forza di attrazione che proviene dal centro della Terra (cioè la gravità)”. I movimenti energetici si ispirano alla natura profonda dell’acqua, cioè alla sua capacità ricettiva e dinamica allo stesso tempo”.

Un po’ di storia. Come è nato e come è arrivato in Europa.
“Il problema della storia delle arti marziali cinesi in generale è la scarsità delle fonti scritte, ne consegue la difficoltà della datazione; anche il taiji non sfugge a questo fatto e spesso si ricorre a delle figure semi-leggendarie per datarne l’origine…Lo stile più diffuso, lo Yang, è comunque piuttosto “giovane” e ha circa duecento anni, visto che i primi documenti scritti sono datati XIX secolo. Si diffonde in Occidente a partire dagli USA a causa della forte presenza delle comunità cinesi negli anni ‘60, arriva in Europa a fine anni ‘70, prima ad opera di insegnanti di Hong Kong o di Taiwan e solo successivamente della Repubblica Popolare Cinese…in Italia arriverà solo negli ’80 inizialmente con le forme più sportive. L’insegnamento del tradizionale comincerà in modo più esteso negli anni ’90: anche se tuttora resta in Italia la forma di taiji meno diffusa, sta lentamente aumentando la sua base di praticanti”.

Come hai scoperto il taiji? Perché ti ha affascinato?
“Sono stato da sempre attratto dalle discipline orientali, ho cominciato da adolescente con le arti marziali giapponesi. Con il tempo la curiosità (e l’entusiasmo!) giovanili si sono trasformati in una ricerca sempre più profonda e coinvolgente…quando ho incontrato il taiji praticavo diverse discipline a contatto e agonistiche, quindi il primo impatto alla lezione di prova è stato un po’ tiepido…un’arte dai movimenti lenti che mi sembravano molto lontani dalla realtà del combattimento…un compagno di pratica di cui ho stima mi ha incoraggiato a non desistere, e così ho iniziato a frequentare la palestra più assiduamente. L’inizio è stato duro, rallentare il movimento rimette in discussione tutte le catene cinetiche, gli schematismi che il corpo ha assimilato e memorizzato…una riprogrammazione che può essere anche ardua e dolorosa, visto che tutti tendiamo inconsciamente a creare negli anni strutture su cui ci “puntelliamo”. Insomma, all’apice della mia forma fisica mi trovavo a non riuscire a reggere a lungo una posizione, a sciogliere un gesto, a rendere tranquilla l’attenzione… Ho capito con il senno di poi la ragione dell’apparente lentezza del movimento: per educare ad una trasformazione sottile. Se la pratica dei principi è lenta è più assimilabile, se è graduale diventa alchemica e può, sotto l’occhio di un maestro attento e paziente, operare una profonda trasformazione nel praticante. Praticando in lentezza la percezione può ampliarsi, quasi scollarsi dall’urgenza del fare, e diventare più sottile e penetrante. Insomma il taiji è più un’arte della mente (è singolare che il termine cinese xin indichi allo stesso tempo la “mente”, i processi psichici, e il “cuore”, i processi emotivi). La sfida (e il grosso del lavoro) è non solo quella di armonizzare l’incessante dialogo mente-corpo in una costante eco trasformativa, ma anche di integrare le differenti qualità mentali in gioco (volontà, immaginazione, sensazione), in modo da “pulire” il gesto e “lasciare che accada” senza interferenze. Si potrebbe dire che ogni gesto nasca dal vuoto e al vuoto torni, come incessanti onde sulla superficie del mare; sullo sfondo la mente tranquilla osserva, smette egoisticamente di controllare”.

Agli occhi di noi profani, il taiji sembra una coreografia, sembra disegnare una sequenza, quasi un linguaggio. L’impressione è giusta? Ogni gesto ha un senso? Esistono sequenze?
“Il bagaglio tecnico del taiji è davvero ampio; generalmente l’immaginario comune associa il taiji all’esecuzione delle forme, ossia a delle sequenze più o meno lunghe di movimenti prestabiliti, insomma alla pratica “codificata” a solo. In realtà la forma è la punta dell’iceberg: vista la sua complessità, i gesti vanno prima “puliti” e focalizzati con le sequenze degli esercizi fondamentali, resi profondi e sensibili con la pratica a coppie (tui shou), fluidi e concatenati con la pratica del combattimento libero (san shou), energetici e sottili con lo studio dei movimenti “interni” (nei gong, qi gong e meditazione). Come analogia per la pratica mi viene in mente quella della musica: il primo step è quello di accordare lo strumento (la mente-corpo), successivamente impratichirsi negli accordi, poi cercare di eseguire brani composti da altri autori, provare temi a quattro mani; solo alla fine di questi passaggi si può creare una propria composizione “libera”…Va inoltre notato che dall’esterno la forma può mostrare sensibili differenze da praticante a praticante, visto che il focus è soprattutto sulla sensibilità interna del corpo al movimento-cambiamento che non alla riproduzione di “figure-forme” che tendono a una coreografia. Altre arti marziali ad esempio prediligono questa seconda tipologia di pratica con la conseguenza di ottenere delle “intelaiature” praticamente immutabili a scapito della adattabilità e della fluidità del movimento. In questa differenza sta la chiave della comprensione profonda del gesto: tanto più se ne assorbe il “significato” (che spazia da quello energetico a quello marziale-applicativo), tanto più la pratica sarà svincolata dagli assilli della forma; ma anche qui si parla di un processo molto lento e sottile… Ti dicevo di come il taiji tradizionale sposti il focus dallo studio della forma fine a se stessa allo studio dei principi che regolano il movimento; la pratica dei principi come “navigatore” ed elemento di sintesi permette infatti di orientarsi in un percorso che altrimenti diventerebbe sterile e superficiale: la difficoltà sta insomma nel passare dalla consueta mentalità “accumulativa” (più forme, più ripetizioni, ecc.) ad una più sottile basata sulla qualità del gesto e sulla sua percezione profonda”.

Dove si pratica? Come si impara?
“Mi piace scherzare con i miei studenti dicendo che per praticare è necessario lo spazio di una mattonella… Dopo un certo apprendistato il taiji può essere veramente praticato ovunque e in qualsiasi intervallo di tempo. La figura del maestro in questo processo di maturazione è fondamentale, anche se un buon insegnante sa che la sua funzione dovrebbe essere quella di “attivare” la capacità insita in ognuno di noi – ma quasi sempre sopita – di essere nell’esperienza, di renderla viva, e di lasciare che ci trasformi profondamente. Insomma il pilastro della pratica dovrebbe restare la disponibilità a praticare anche da soli con seria giocosità, come succede in ogni gioco “da bambini”: equivale a dire con engagement totale ma tranquillo, senza tensioni…capita quasi sempre che anche le volte che ci si accinge alla pratica senza questo stato d’animo siano sufficienti pochi minuti per riattivarlo. Questo secondo me è il dono più grande che può fare il taiji a un sincero praticante: rieducare all’ascolto profondo del corpo, vivificare ogni gesto rendendolo consapevole ma non controllato, tendere insomma a quello stato che in Cina si definisce semplicemente zi ran, “naturale”, ossia lo stato del wu wei (non agire volontariamente, non controllare). Ovviamente come in tutte le attività artistiche è necessario un lavoro di distillazione per prove ed errori, in cui la pazienza – l’attesa libera dalle aspettative – diventa un cardine. Questa disponibilità spesso va rieducata visto che agiamo in una cultura basata su logiche economiche e del tutto e subito”.

A chi lo consiglieresti?
“Il taiji sta ultimamente avendo un boom in Occidente (Italia compresa) come ginnastica “dolce” adatta ad ogni età, che indubbiamente è uno degli aspetti della disciplina… È consigliato sempre più diffusamente anche dalla medicina occidentale visti i suoi indubbi benefici e la quasi totale assenza di controindicazioni. Basti però ricordare che nei tornei a contatto pieno in Cina i praticanti di taiji tradizionale sono molto temuti… L’estrema ricchezza di una “forma non ingabbiata in forme” ha secondo me infiniti campi di applicazione…Ho avuto il piacere di praticare con persone provenienti dalle più disparate esperienze: dallo sport, ad altre arti marziali, alla danza, allo yoga, alla musica, all’arrampicata… così come con persone senza nessun background. Insomma lo consiglierei ad ogni persona curiosa, dalla mentalità sufficientemente aperta e desiderosa di mettere in discussione le proprie abitudini”.

Matteo Gatti

(per informazioni mailto: miaomat@gmail.com)

giovedì 23 febbraio 2017

Acquavenice 2017



Quest'anno a inizio luglio interverrò ad una manifestazione che compie i suoi 32 anni dalla nascita, ad opera di una persona che ha fatto la storia del Taijiquan e del Qigong in Veneto, il caro amico Franco Mescola, scomparso poco tempo fa. Acquavenice è una bellissima realtà, creata in un contesto speciale come Venezia, dove Franco ha fatto convergere nel tempo vari insegnanti da tutta Europa, creando un nuovo polo per lo sviluppo di queste arti. La "zente" di Franco sta portando avanti la sua creatura con grande impegno, e per me partecipare è un grande piacere ed un modo di onorare la sua memoria.

Quest'anno l'evento si terrà a Pellestrina, la striscia di terra che separa la laguna veneziana dall'Adriatico, dal 29 giugno al 2 luglio 2017. Vi saranno altri insegnanti internazionali e saranno giornate piene e intense, dove davvero si crea l'atmosfera giusta per comunicare, lavorare sodo e divertirsi: gente che "ha da dare" si incontra con gente che "ha voglia di imparare". Così me la descrisse Ronnie Robinson pochi anni fa, e così amo pensare ad un laboratorio dove praticare e crescere.

Come dicevo a Gillian, per me Venezia è una città e un modo di vivere speciale. Ci ho studiato, ci ho abitato, mi sono laureato, ci torno a bacari, ci porto gli amici, ci guido le persone che vengono a trovarmi, ogni volta che atterro a Tessera me la godo con gli occhi. Venezia è una mia seconda patria. Viaggiando molto per il mondo, in qualche modo ho sviluppato delle radici ancora più profonde nella laguna veneziana, mantengo il contatto sempre forte per non perdere l'identità. Conosco bene la sua storia, la sua geografia umana e sociale, la sua cultura semplice e schiva, le sue specialità strane, certi sentimenti lagunari unici di questo posto, che stanno a metà strada tra la nostalgia e il "caligo".

Io stesso sono figlio della Veneticità (pur essendo vicentino), e spesso racconto scorci della storia di Venezia ai miei clienti o allievi in giro per il mondo, per far capire quale geniale spirito abbia ispirato per mille anni una Republica unica e irripetibile nel suo genere. Acquavenice per me è un modo di risentire tutto questo, e mi riempie di gioia andare a raccontare le mie quattro cose a persone cui sono vicino culturalmente.

Lavoreremo sul Baguazhang avvicinandolo dal suo punto principale, il cerchio e i passi. Tutto è scritto lì dentro, quindi andremo in profondità su come radicarci in movimento, e poi andremo a sperimentare il lavoro del Bozzolo di Seta del Baguazhang, ovvero come usare il corpo come una unica entità in maniera armonica, intensa e completa. Dal mio curriculum si evince che ho fatto molte esperienza non proprio "mistiche", e che tendo ad ricercare la mia conferma nella applicabilità e nell'efficacia concreta dei movimenti che propongo. Questa è anche la garanzia per chi studia con me, che alla fine non avrà solo teoria, ma sana pratica e solidi principi utilizzabili.

In attesa dell'arrivo del caldo fine giugno 2017...

AQUAVENICE 2017
29-30 Giugno - 1-2 Luglio 2017
32° Seminario Internazionale di Tai Chi e Chi Kung
Villaggio Ca' Roman - Isola di Pellestrina - Venezia

domenica 19 febbraio 2017

In punta di piedi



Se c'è una attitudine che ho sempre apprezzato nei miei insegnanti (quelli storici, con cui ho stretto un legame importante), era l'eleganza, l'umiltà e la leggerezza. Jou Tsung Hwa, Stefano Bellomi, Wang Qiang sono solo alcuni, ma erano tutte persone così, trasparenti, dirette, direi naturalmente eleganti. Non tutti possedevano tutte le qualità insieme, ma nel fondo ognuno aveva una visione e una serie di valori condivisibile e condivisa. C'era determinazione e coraggio, ma anche rispetto per gli altri, spazio per la crescita e un desiderio - non sempre chiaramente espresso - di vederti comunque volare con le tue ali, sviluppare le tue potenzialità.

Stefano Bellomi, la persona con cui sono cresciuto dai 15 ai 26 anni, sia dentro che fuori la palestra, aveva una straordinaria intelligenza istintiva, capiva cose che io razionalmente capivo solo dopo anni. La sua guida è stata una specie di proiezione, di lancio, la cui spinta propulsiva dura ancora oggi in me e nella mia motivazione. Una parte di lui vive ancora in tutto quello che faccio. Stefano come me non amava la "sportivizzazione" delle arti marziali, e nonostante i poderosi scambi di calci e pugni che ci scambiavamo quotidianamente (come credo tutti più o meno facessimo negli anni '70 e '80 dello scorso secolo), avevamo un codice di rispetto anche nei confronti dei nuovi e dei vecchi della scuola. C'era un rispetto intrinseco delle cose, delle persone, dei miti, che venivano rispettati e presi a modello. Certe sensazioni sono rimaste dentro per sempre, le porto con me.

"Gli insegnanti servono a semplificare il percorso agli allievi", diceva uno dei miei insegnanti, servono a indicarti le buche o i rovi da evitare e le deviazioni da non prendere, dove avresti perso tempo. Non sempre si poteva evitare, ma almeno i ragazzi erano avvisati, e mantenevano per gli insegnanti un senso di gratitudine. Stefano aveva un sistema "giroscopico" interno di buon senso: nonostante tutto non lo perdeva mai, anche quando aveva molte palestre e contemporaneamente studiava e massaggiava e ne faceva mille insieme. Quando vide i primi combattimenti di Sanda, scosse la testa, perchè capiva che stavamo andando in una nuova direzione, che era già lontana da quella tradizionale, dei suoi insegnanti, della sua storia personale. Ma tant'è, la storia ci insegna che non possiamo fermare il mondo, al massimo possiamo decidere se salirci in groppa o lasciarlo andare.

Oggi sento tanto la mancanza di Stefano e della sua eleganza. Wang Qiang aveva una visione ampia, perché aveva praticato Baguazhang e stili esterni, prima di cominciare Dachenquan con Wang Xuanjie, e nella sua posizione di ricercatore dell'università aveva buoni contatti. Anche  lui era elegante: una mattina, scendendo per l'allenamento, guardando il mio abito mi chiese: l'ha fatto tua madre? Risposi di sì, era vero, e lui tutto contento: come in Cina!!! Lui in cambio vestiva in camicia, pantaloni con la riga e mocassini, pura foggia occidentale, in un mutuo scambio di posizioni di rispetto nelle rispettive culture.

Master Jou era una persona decisamente vitale e felice, quando era in compagnia, e aveva  il dono di far sorridere sempre. Per lui l'arte marziale era stata una benedizione di tarda età e l'aveva proiettato in nuove dimensioni della conoscenza e della sua astrazione matematica. Non conosceva stanchezza e non poneva limiti. Aveva solo le idee molto chiare e ribadiva la sua visione, con ottimi argomenti. Sempre in punta di penna, sempre con l'evidenza delle prove.

Mi mancano, i tempi dell'eleganza. Mi piace l'idea - sempre e comunque - di passare in punta di piedi, e in un mondo che urla le sue idee strampalate, stimo chi comunque mantiene la sua eleganza e lo fa, per suo conto, coscienziosamente, liberamente, e prosegue il suo cammino senza fare rumore. Chi regala felicità e sa dare la sua amicizia in genere possiede questa attitudine. Se mai dovessi insegnare queste ultime lezioni di Baguazhang, una sicuramente sarebbe dedicata a come vivere il Baguazhang con profondità, con intensità e, certo, con eleganza.

Roma



Salta il raduno nazionale Fiwuk organizzato a Roma per il prossimo fine settimana (25 e 26 febbraio 2017), e così niente di meglio che confermare comunque la nostra voglia di fare e la nostra reattività. Infatti sabato e domenica saremo comunque a Roma per un incontro interno del Baguazhang Group e studieremo per bene tutti insieme la forma di spada, e avremo modo di scambiare idee, parlare, discutere, pianificare il nostro futuro. E' sempre una bella occasione quando ci si riesce a trovare tutti.

Nel frattempo la nostra attività interna del gruppo Ziran prosegue tra varie defezioni momentanee, dovute chiaramente anche agli imprevisti e ai piccoli intoppi quotidiani. Il primo anno sta delineandosi nella pratica e cominciano ad emergere le necessità del gruppo, e per questo abbiamo dedicato una lezione intera sul cerchio, passi, cambi singolo e doppio, otto palmi e doppio cerchio. La cosa bella è sempre la qualità della pratica, il contributo che ognuno porta negli incontri, e le quattro ore che volano via senza che ci sia neanche il tempo di fermarsi e di parlare: tecnica, teoria, applicazione, lavoro, esercizio, principi, discussione, tutto si svolge insieme come in un laboratorio, una fucina, dove si cava il meglio da ognuno per rendere il tutto ancora più bello.

Sto dandomi da fare per mettere nero su bianco (ma anche in tanti video, che man mano stanno facendo crescere la collezione a disposizione di chi ne ha bisogno a livello interno) le tante cose che servono per comporre il puzzle del Baguazhang. Mi domando sempre come si fa a praticare il Baguazhang nelle forme, ma si vede che sono molto più bravi di noi, che stiamo sempre a riattaccare dal cerchio e dai passi :-)

Finalmente anche passato il punto critico del Rushou - Tuishou col terzo anno, quindi da adesso in poi non ci sono più scuse, un bel video di 15 minuti sul Rushou dovrebbe fugare tutti i dubbi e so che a Modena stanno dandosi da fare per inserire questo metodo di allenamento in modo sistematico, che insieme al resto del lavoro dovrebbe cominciare a breve a creare nuove braccia. Presto andremo a trovare Massimo a Oderzo per dargli una mano a partire con i corsi di Baguazhang e a diffondere il metodo.

La primavera sta pian piano apparendo, la stiamo tutti aspettando.
Buona pratica


domenica 12 febbraio 2017

Le tre Tigri del Baguazhang


"Per pregare 
ai piedi del Buddha 
bisogna superare 
i Guardiani della Porta"

Andando incontro al desiderio del nostro fratello Yuri, ormai prossimo alla conclusione del terzo anno di studio di Baguazhang, a fine stage abbiamo scattato questa foto anni '70, modello "I tre dell'Operazione Drago". Sì, noi piccole tigri ci divertiamo un sacco praticando, e siamo liberi nel lavoro che facciamo, perchè il nostro fine non è di replicare soltanto i movimenti della tradizione, di altri maestri, cosa che facciamo con grande rispetto e al meglio della nostra conoscenza, sempre in evoluzione. Abbiamo il desiderio di rendere questi insegnamenti e questa pratica vivi e forti, e di sentire dentro di noi che la pratica ci insegna ad essere efficaci e pratici. L'arte - qualsiasi arte - non è pedissequa ripetizione, è costante evoluzione, piaccia o non piaccia.

Vorrei ringraziare tutte le persone che negli anni mi hanno spronato a fare sempre meglio, quelle secondo le quali "questo non è Baguazhang", come gli scienziati che non sopportano l'idea che un calabrone possa volare perchè ha le ali troppo piccole. Perchè mi fanno sentire ancora più vivo e vero, e soprattutto in ottima compagnia. Dopo trent'anni di esperienza in Europa e America, tra i maestri e le scuole che hanno dimostrato la loro efficacia in combattimento, anche da strada, almeno due (a cui sono molto vicino) sono state accusate della stessa cosa: non fanno Taiji vero, non è una vera arte, non hanno discendenza, etc. Mi sento davvero bene!

Lascio al piacere di chi pratica l'augurio di sapersi guardare attorno, di restare aperti mentalmente e di rendere viva la loro pratica, per non cadere nelle trappole del blabla chattifero mortale dei "guerrieri su carrozzina a rotelle", come Dan Docherty definì giustamente anni fa chi scrive nei forum ma non sa mettere insieme due movimenti.

Il segreto? Non ci sono segreti (Kungfu Panda?). Praticare, praticare, praticare. Prendi le scarpe e scendi in cortile. Noi andiamo avanti.


venerdì 10 febbraio 2017

Tre anni



Sono ormai passati tre anni e qualche mese da quando ricevetti una telefonata da Modena, in cui mi si chiedeva di poter "imparare il Bagua in tre lezioni", più o meno. La prima risposta fu quella di chiedere all'interlocutore un prolungamento dei corsi almeno fino a cinque lezioni, in modo da capire e poter sentire realmente gli effetti di questa arte. Quando le prime cinque lezioni furono passate, ci fermammo a discutere che sì, andava tutto bene, ma si poteva fare meglio, e arrivare "almeno" a otto lezioni e completare un ciclo. Visto che tutto era andato bene, e che il metodo era piaciuto per la sua coerenza e la sua chiarezza, la risposta fu positiva.

Tre anni fa. Oggi posso dire che con Yuri Debbi e Monica Montecchi si sono realizzate molte potenzialità, grazie al fatto che essere buoni allievi costa fatica quanto essere buoni insegnanti. E per loro ci siamo fatti in due, Sergio ed io, per passare il massimo di stimoli e di conoscenza teorica e pratica. Ci vuole una disponibilità e un impegno non indifferenti per cercare sempre una comunicazione - specie all'inizio quando tutto sembra strano, ma anche nel mezzo perchè il programma sembra infinito. Alla fine, quando ci si avvicina alla fine del programma tecnico, le difficoltà sono ancora una volta diverse ma sempre quelle: ci si rende conto che non basta la tecnica, anzi... la tecnica quasi quasi è solo il punto di partenza. Occorre che la tecnica diventi istinto, spontaneità, risposta immediata e collaudata da molti incontri.

Tre anni per imparare la tecnica. Se avessi detto all'inizio a Yuri che erano tre anni, di sicuro non saremmo qui oggi a lavorare. Una "omissione di informazione" usata a fin di bene. E' così facile non riuscire a portare a termine le cose, abbiamo mille giustissimi motivi e scuse sempre a disposizione, perchè la vita non è così semplice in effetti. Ma Yuri e Monica ci hanno dato dentro, e si sono dati da fare sempre per stare al passo, per fare domande, per praticare con consapevolezza. Hanno saputo fare scelte importanti. Tre anni per trovare un buon maestro, tre anni per trovare un buon allievo, si dice. Già, è così che è andata, e ancora mi piace pensare che per primi sono riusciti a portare a termine una sfida di trasformazione.

Sabato mattina 11 febbraio ci vediamo a Caldogno alle 9 per il nostro prossimo incontro.


Nuova data per istruttori Baguazhang



Scusandomi ancora per lo scorso sabato, dove ho dovuto e voluto essere altrove, la nuova data per l'ottavo incontro del primo anno è il

18 febbraio 2017

alle 9 del mattino. Spero non crei problemi a nessuno. Le altre date fino a giugno sono confermate. Buona pratica!


lunedì 30 gennaio 2017

Taiiji Forum 2017 ad Hannover



A settembre di quest'anno sarò parte del board di insegnanti che terranno il secondo "Taiji Forum", un incontro internazionale organizzato dal maestro Nils Klug, allievo del maestro William C. C. Chen di Taijiquan, ed amico di tanti anni da Tai Chi Caledonia. Nils è noto per essere l'organizzatore in Germania del famoso incontro di Pushing Hands (Tuishou) di Hannover da 17 anni (prossimo incontro: 19-23 aprile 2017). L'idea di coinvolgere anche il Baguazhang è nata in Scozia l'estate scorsa, dopo aver introdotto a Tai Chi Caledonia il primo Forum Europeo di Baguazhang in collaborazione con la FIWUK e i colleghi maestri italiani.

Il tema di questo Forum sarà: "Yang Shen, Care for life", cura per la vita, ovvero le arti marziali interne per la salute e il nutrimento del principio interiore, quindi I Ging, calligrafia, Qigong ed altro. I tre temi che presenterò ad Hannover saranno legati al Baguazhang: il primo al cerchio e alle straordinarie virtù terapeutiche fisiche e psichiche del camminare; il secondo sul Bagua Qigong, dunque il respirare nella pratica del Bagua; il terzo infine sugli Otto Meridiano Straordinari, che regolano i livelli profondi del Cielo Anteriore.

Si tratta dell'approfondimento di un aspetto del Baguazhang che è importante almeno quanto la pratica, la tecnica e il lavoro interno, ed è la comprensione dell'aspetto sottile del Baguazhang, che permette di riunire mente e corpo in una unica unità integrata. Sarà - come sempre - una grande esperienza, anche perchè ritroverò diversi amici, quali il maestro Lau K. King, i cari  Gordon e Tina Faulkner, il maestro Nils Klug stesso, e tanti altri praticanti. Mi piace pensare che in Europa posso contare su un bel numero di amici e colleghi, persone di alto profilo sia marziale che umano. Ecco perchè mi piace viaggiare. A chi interessa può unirsi al viaggio, dall'8 al 10 settembre 2017.

sabato 28 gennaio 2017

Corso istruttori Baguazhang 2017



Il mese di febbraio 2017 prevedeva 2 incontri a distanza ravvicinata, il 4 e il 25 febbraio, rispettivamente come fine del primo anno e inizio del secondo. Il mio ottimismo non aveva previsto diversi intoppi, tra i quali che avremmo ritardato l'incontro di gennaio e che il 25 febbraio sarei stato a Roma per un incontro nazionale Fiwuk. Inoltre le assenze di diversi istruttori hanno un attimo sfilacciato il gruppo, che richiede un ricompattamento del materiale di studio e quindi (almeno) una lezione di recupero.
Quindi ricapitolo le date dei prossimi incontri:


Corso Istruttori Baguazhang - Primo Anno

sabato 4 Febbraio 2017: ottavo incontro

sabato 18 marzo 2017: nono incontro (recupero)


Corso Istruttori Baguazhang - Secondo Anno

sabato 15 aprile 2017: primo incontro

sabato 20 maggio 2017: secondo incontro

sabato 3 giugno 2017: terzo incontro


Successivi incontri verranno fissati a breve.


Tutte le lezioni si tengono (salvo intemperie meteo importanti) nel parco di via Puccini a Caldogno, dalle 9 alle 13. A seguire si mangia qualcosa insieme e poi si va.

Lezioni private presso gli istruttori: per esperienza so che non è sempre facile immagazzinare quanto si vede e si pratica in quattro ore. Per questo motivo, e anche per facilitare un apprendimento personalizzato per l'istruttore, vi ricordo che sono disponibile per venire a trovarvi in sede da voi (un parco, una palestra, a casa vostra) per lavorare con voi di persona su una base one-to-one e risolvere dubbi, incertezze, precisazioni, etc. Ho visto che è sempre molto stimolante e aiuta a capire meglio i dettagli. Fatemi sapere se avete tempo e voglia per dedicare una mezza giornata o una giornata intera a voi stessi. Nel caso posso anche tenere una mezza giornata di approfondimento con voi e una mezza giornata di seminario per i vostri allievi o con persone interessate.

Baishi: nel corso del secondo anno in genere propongo ad alcune persone il Baishi, una cerimonia semplice ma significativa, che segna un passaggio di qualità nel lavoro e che apre a degli insegnamenti specifici, quello cosiddetto a porte chiuse. Non siamo nell'antica Cina, che sia chiaro, e non si giura eterna fedeltà a nessuno. Si prende un impegno con se stessi che rende la pratica ancora più profonda. Si può tranquillamente proseguire il corso senza fare questa cerimonia, specie se non ci si sente in una condizione d'animo adatta e si sta seguendo - ad esempio - un'altro maestro. Baishi stabilisce una relazione individuale privilegiata tra maestro e allievo, che a tutti gli effetti diventa un Tudi, un discepolo. Ma non è una cosa obbligatoria, va sentita. Se volete chiedermi, sono a disposizione.

Secondo anno: che si fa nel secondo anno? Si lavora sugli Otto Animali, cambi completi e non più palmi solo, e le applicazioni principali di ogni animale, per un totale di 64 palmi. A seguire l'utilizzo dei palmi e dei calci da combattimento, palmi che bucano e palmi che ruotano, e per finire Bagua Tuishou, che riassume tutte le caratteristiche finora viste nel primo e secondo anno. La fase di questo secondo anno non è più la struttura quadrata e delineata del primo anno, ma la fase di Lianhuanzhang, la struttura rotonda e continua. Anche se suona semplice, richiede una trasformazione personale non indifferente. Ma ne vale la pena :-)

A sabato!

domenica 22 gennaio 2017

八卦棍 Bagua Gun, il bastone del Baguazhang










Il Bagua Gun 八卦棍 è una delle armi più antiche che l'uomo conosca, e anche una delle più interessanti. Mezzo di difesa e di sostegno nei lunghi viaggi dei monaci, aiuto per camminare quando le gambe sono stanche, utile in montagna per salire le strade e per controllare le discese, buono per verificare che sul terreno non ci siano animali pericolosi, usato per costruire un riparo sotto la pioggia o per la notte: il bastone è un fido amico dell'uomo da sempre. Credo che sia dentro il nostro DNA cercare un bastone quando siamo nei boschi. Nonostante il detto che "il bastone è di Shaolin" (la sciabole del Bagua, la spada del Taiji e la lancia dello Xingyi), il maneggio del bastone viene spesso messo in relazione agli Otto Trigrammi anche negli altri sistemi  del Gongfu cinese, as esempio nell'Hung Gar e negli stili del Sud, per indicare la grande mobilità dei passi nel maneggio del bastone.

Infatti il bastone è uno strumento che richiede molta dinamicità per essere efficace ed utile, permettendo ai due contendenti di portare a casa la pelle senza farsi troppo male. Il bastone è fortemente imparentato con la lancia, altra arma tipica degli eserciti (la falange greca ad esempio) che del bastone usa molte tecniche, accanto all'enfasi sull'uso della punta. Il bastone, come la lancia, richiede anche una grande lavoro di gambe per scendere e salire di continuo, per attaccare parti basse e alte in sequenza fulminea, per deviare di pochi centimetri un attacco e rispondere con la massima potenza sulle mani, sui polsi e sul viso del nemico.

Musashi ha spesso usato bastoni al posto della katana per uccidere i suoi avversari. Il bastone contiene potenzialità che abbiamo dimenticato, come l'uso del bastone nelle mani del buon frate Tac di Robin Hood. Bastoni del viandante, bastone come strumento di viaggio, il bastone è uno strumento vivo, non di metallo (di solito) ma di legno, e quindi vive e respira con noi. Fin da piccolo ho avuto una simpatia per questo compagno di strada. Nelle forme che studiai quasi quarant'anni fa, il bastone era bello ma molto formale, le posture studiate per essere sceniche, e l'uso finiva per essere abbastanza limitato. Se c'è una cosa che il bastone non conosce nella pratica è il limite. Come nel Rushou, c'è sempre una soluzione ad ogni attacco, basta imparare a vedere e scorrere con l'avversario.

Se si è appreso bene il senso del camminare in cerchio, se gli otto palmi hanno scavato dentro il corpo con il Chan Si Gong e lo hanno educato, e se c'è una minima curiosità, il bastone diventa un bellissimo strumento immediato di lavoro che potenzia le spalle e il tronco, che obbliga le gambe a rinforzare i loro muscoli, e diventa una danza ininterrotta che accompagna la pratica e il lavoro a due. Non occorrono forme, basta usare il bastone a due in coppia con un buon partner per scoprire che ci sono otto angoli in ognuna delle tre dimensioni, più la quarta del tempo, e che lo scorrere del bastone è lo scorrere della nostra intenzione, in cima alla punta del bastone, o tra le mani dell'impugnatura centrale.

Prendete un bastone e cominciate a domandarvi come mai funzionerà il bastone. Fatelo girare e usate gli otto palmi come riferimento. Le sorprese non finiscono mai.

mercoledì 18 gennaio 2017

2017 - Youshenzhang



Vorrei iniziare questo nuovo anno con una citazione importante per gli istruttori di Baguazhang del terzo anno.

Scrive Cheng Tinghua (nelle memorie di Sun Lutang) sull'uso del Bagua Youshen: 

A volte si è a contatto, 
a volte ci si respinge, 
a volte ci si espande, 
a volte ci si contrae, 
a volte ci si separa,
a volte ci si avvicina,
a volte ci si scontra, 
a volte si va via.

Improvvisamente si scompare, 
improvvisamente si riappare,
a volte ci si separa improvvisamente, 
in modo da essere separati da più di tre metri, 
poi improvvisamente si ritorna in contatto,
finendo dritto davanti ai suoi occhi.

A volte usi le forza di tutto il corpo, 
a volte un solo dito, 
a volte solo una falange del dito.

Sii improvvisamente vuoto, 
improvvisamente pieno, 
improvvisamente duro,
improvvisamente morbido, 
senza una forma definita, 
cambiando imprevedibilmente.

Spero davvero che questo faccia cliccare qualcosa dentro la testolina di chi pratica un'arte marziale, e specie quelli che praticano Neijia con me. Rushou, Tuishou, Dashou, sono solo nomi di una unica realtà che cerchiamo di vedere. Non attacchiamoci ai nomi, ma alle cose importanti. Il Dao è Caos. Taiji è Caos. Bagua è Caos, DNA è Caos. Organizzare il Caos è il lavoro più interessante del mondo.