sabato 24 luglio 2010

Sifu Stefano Bellomi, 17 anni dopo

Luglio è un mese intenso da un punto di vista emotivo, quando penso che un caro amico, Sifu Vittorio Bottazzi, e il mio maestro di Shaolin, Sifu Stefano Bellomi, sono scomparsi entrambi nel cuore dell'estate, nel mese del solleone.

Di Vittorio ho scritto qualcosa il 16 luglio, solo un anno fa Vittorio ha lasciato un grande vuoto negli animi di tutti coloro che l'avevano conosciuto, e so che anche il maestro Agostini di Firenze gli ha dedicato un articolo su una rivista del settore recentemente.

Di Stefano Bellomi molti hanno scritto nel 1993, un po' da tutto il mondo, anche perchè moltissimo aveva dato nel corso dei suoi 29 anni ai suoi allievi e agli amici (tutti marziali) che aveva conosciuto viaggiando dappertutto. Purtroppo il web non era ancora così strutturato come lo è oggi, e così l'unica testimonianza è rimasta al piccolo blog che scrivo.

Nel corso degli anni ho imparato ad apprezzare sempre di più le persone che hanno il coraggio di affrontare da soli il mondo, spesso con mezzi limitati e con armi non sempre adatte, ma sempre con coraggio, determinazione ed una intensa, incredibile, indomabile allegria. Stefano era uno di questi caratteri, spavaldo, intenso, veloce e indomabile.

Stefano Bellomi lo potevi trovare in centro città a Vicenza il mattino a chiacchierare con guardie giurate, insegnanti, amici e conoscenti, alle feste in città tra ragazzi e ragazze, attaccando bottone con chiunque con grande simpatia e allegria. Era sempre al centro dell'attenzione per sua natura: era un leader, non era qualcuno che potesse stare nei ranghi.

Sifu Bellomi lo trovavi invece - di certo - tutte le sere in palestra a insegnare Kungfu. A volte passava i pomeriggi sdraiato a letto per guardare decine di filmati e di libri, e poi la sera arrivava con nuove idee, nuovi movimenti e nuove tecniche, che invariabilmente ci lasciavano basiti.

Stefano sapeva molte cose del mondo per intuizione, cose che altri - me compreso - non riuscivano a capire se non dopo tempo. Stefano andava al sodo delle cose, ne coglieva l'aspetto essenziale al volo, come quando mi disse: "Guarda quel maestro - riferendosi ad un video sul Baguazhang che stavamo guardando - vedi che non guarda al centro ma leggermente in avanti? Quella è la cosa importante, non il resto!". Ed io lo guardavo e non capivo.

Aveva una struttura fisica possente e flessibile, era veloce e determinato, aveva l'istinto del predatore e il sorriso sardonico del provocatore. Le sue gambe volavano dove c'era bisogno, preferiva usare le armi lunghe, e quando atterrava era sempre molleggiato, come se avesse avuto sospensioni pneumatiche. Ma sotto sotto era semplicemente una persona che aveva dedicato tutto se stesso ad un ideale, quello del Kungfu.

Il 22 luglio del 1993 ero in Francia ai Rencontres Jasnieres come insegnante, e non potei rientrare in Italia in tempo per assistere ai funerali di Stefano, la persona che aveva segnato la mia vita per dodici lunghi anni, ma mia madre fu così gentile da rappresentarmi in quel momento difficile.

Per molti anni, dopo la sua scomparsa, il 22 luglio la famiglia, mamma Carla e papà Lino, hanno fatto dire una messa in suffragio, e con grande piacevole sorpresa ci si ritrovava sempre in molti, amici e conoscenti, ma soprattutto noi allievi, istruttori, compagni di arti marziali, per scambiarci qualche parola, ricordi e pensieri. Era un modo per stare uniti nel ricordo e di esprimere la nostra gratitudine.

Da alcuni anni invece i ritmi di vita ci hanno portato lontani. Non ci si vede a luglio, ma credo che ognuno di noi porti Stefano in un posto importante del proprio cuore. Così come porto Vittorio e gli altri amici che prima di noi hanno fatto ritorno a casa.

Stefano, ti ricordo oggi come ieri.

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